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Principi di individualità morbosa e individualità medicamentosa
 

Lettura e commento dei paragrafi 18, 82-83,153, 209 dell’Organon: principi di individualità morbosa e individualità medicamentosa

Il principio di individualità morbosa e quello di individualità medicamentosa, in omeopatia, sono alla base della corretta scelta del rimedio, in accordo alla legge di similitudine, e tutti e tre concorrono al raggiungimento di quello che è lo scopo supremo di ogni medico: rendere sani i malati, ovverosia guarirli (Organon – I paragrafo).

I paragrafi a cui si fa riferimento nel titolo, ci forniscono, dunque, le coordinate indispensabili per saper scegliere tra i tanti rimedi quell’unico in grado di portare effettivamente la guarigione in un organismo umano acutamente o cronicamente perturbato dalla malattia. Innanzitutto essi affermano la necessità, in ogni stato morboso, di tenere sempre in considerazione la totalità dei sintomi presentati dal malato, ovverosia l’insieme dei sintomi mentali, generali e locali, attraverso un interrogatorio che deve essere più attento e raffinato di quello canonicamente seguito fino ad allora - ed a tuttora - per la cura delle malattie tanto acute che croniche. Successivamente, negli stessi paragrafi vengono chiariti quali caratteristiche devono possedere i sintomi della totalità, perché possano essere messi in relazione, sempre in base alla legge di similitudine, con quelli prodotti dall’azione dei rimedi durante la loro sperimentazione sull’uomo sano. Pertanto, solamente la scelta accurata dei sintomi, e la conoscenza dei diversi quadri patogenetici dei rimedi, singolarmente e in comparazione tra loro, può permettere al medico di applicare la legge di similitudine nella maniera più idonea ad innescare il processo di guarigione: in assoluta conformità e rispetto, cioè, dei naturali meccanismi dell’organismo ad essa deputati, e senza alcun timore, così, di far insorgere nuovi e inopportuni sintomi iatrogeni.

Da subito è opportuno chiarire che la totalità dei sintomi del malato non è da intendersi come il numero totale dei sintomi desunti nel corso di un comune interrogatorio omeopatico, ma la totalità dei sintomi più salienti, particolari, non comuni e caratteristici, che conferiscono individualità alla malattia, e differenziano un malato affetto da una determinata patologia, da tutti gli altri affetti da quella stessa malattia. Questa è la sola totalità che deve dunque costituire, del malato, la sindrome minima di valore massimo da sovrapporre, al più alto grado di similitudine, alla sindrome minima di valore massimo dell’unico rimedio che sarà in grado di guarirlo nel rispetto della legge (di guarigione appunto) stabilita dalla natura, legge più tardi individuata e codificata dal grande C. Hering.

I principi di individualità morbosa e medicamentosa, non sono da intendersi in relazione diretta tra loro, nel senso che il secondo non deriva inevitabilmente dal primo, come erroneamente saremmo portati a credere, ma sono due principi distintamente desunti dall’osservazione dei fatti, e dal ragionamento che ne consegue, che la legge di similitudine correla tra loro, e che la legge di guarigione conferma nella loro validità tanto individuale che reciproca. Cosa significa tutto questo: cerchiamo di spiegarlo, immaginando di ripercorrere le tappe dell’osservazione hahnnemaniana che hanno portato alla sistematizzazione del metodo, e che hanno avuto come unico scopo quello di riuscire a ridurre al minimo le possibilità di errore da parte del medico nella scelta del rimedio adatto.

Quando Hahnemann apprende degli effetti della china sugli addetti alla sua lavorazione, intuisce la validità del principio ippocratico di similitudine, e si mette a sperimentare con ardore non solo gli effetti della china sull’uomo sano, ma anche quello di molte altre sostanze presenti in natura, ricavandone sempre la stessa correlazione tra il loro potere tossicologico e quello terapeutico, purché impiegate, però, a differente dosaggio. In questa fase, tuttavia, Hahnemann non è ancora in grado di comprendere appieno le potenzialità guaritrici delle diverse sostanze, di cui ha solamente evidenziato l’azione patogena da un lato e, dall’altro lato, la loro altrettanta capacità curativa per quadri di malattia simili al loro stesso potere morbigeno. Ma quando va a sperimentare un numero sempre maggiore di rimedi, lo stesso Hahnemann si rende conto che molti di essi producono quadri morbosi tra loro simili, e allora sorge il problema di quale significato conferire a questo fatto, sempre nel tentativo di poter garantire al paziente il sollievo più rapido e duraturo dalle sue sofferenze. Decide allora di approfondire ulteriormente il suo studio, valorizzando al massimo quelle sfumature che gli permettono di differenziare rimedi tra loro simili nel potere patogeno; di pari passo, comincia anche ad osservare se tali diverse modalità di espressione patologica sono ugualmente rintracciabili anche nei suoi malati. Arriva così a differenziare in maniera sottile rimedi tra loro simili per la capacità di far ammalare l’uomo, ma differenti in base a specifiche peculiarità (individualizzazione medicamentosa), che sono le stesse peculiarità che devono essere ricercate in pazienti affetti da uno stesso tipo di patologia (individualità morbosa). Manca allora solo la verifica finale alla sua intuizione, ovvero se l’applicazione del principio di similitudine in base alla individualizzazione medicamentosa e al riscontro di analoghe peculiarità nel malato, produca effettivamente un’azione terapeutica capace di superare la semplice palliazione dei sintomi, normalmente ottenuta con la medicina dei contrari. Ebbene, l’applicazione della legge di similitudine, nel rispetto del principio di individualità medicamentosa - da cui, è ora chiaro, è stato possibile definire anche quello di individualità morbosa, e non viceversa - produce un sollievo rapido e duraturo dei sintomi che, nelle malattie acute determina il pronto ristabilirsi dello stato di salute improvvisamente turbatosi, mentre in quelle croniche provoca la progressiva scomparsa dei sintomi in un ordine caratteristico, che è quello che sarà successivamente descritto, nella legge di guarigione, da Hering. Ancora una volta, quindi, il percorso che abbiamo effettuato, ci mostra come Hahnemann si sia fatto guidare, nelle sue affermazioni, solo e sempre da ciò che osservava sperimentalmente, e che lo ha condotto a comprendere sempre meglio il come ed il perché delle malattie e, soprattutto, il modo più semplice e naturale per guarirle.

Ricapitolando, dunque: dalla sperimentazione pura di molteplici sostanze della natura, Hahnemann deduce con certezza che quelle farmacologicamente attive sono in grado di provocare quadri di malattia nell’uomo sano che, per similitudine, e a dosi infinitesimali, le stesse sono in grado di curare nel malato. Sempre dalla sperimentazione, però, egli si accorge che sostanze diverse hanno tra loro la capacità di provocare quadri simili di malattia, che pertanto è necessario differenziare sulla base di sottili peculiarità, che lo stesso Hahnemann comincia allora a ricercare anche in malati affetti da medesimi quadri di malattia. Applica allora la similitudine in maniera più definita, cioè dopo aver identificato l’individualità medicamentosa dei rimedi attraverso la loro sperimentazione pura, e quella morbosa - riguardante cioè, è bene ribadirlo, malati affetti da una stessa patologia - a partire dalla stessa individualità medicamentosa. L’applicazione della legge di similitudine che tenga conto dei due principi di individualizzazione è, così, la sola in grado di provocare la guarigione definitiva dei sintomi presentati dai malati, e di soddisfare, altresì, quanto contenuto nel primo paragrafo dell’Organon, vero e proprio alfa e omega dell’omeopatia.

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Conclusioni

Sta proprio nella scoperta del principio di individualità medicamentosa, secondo le modalità che abbiamo appena descritto, il contributo più grande che Hahnemann abbia potuto fornire alla comprensione ed all’attuazione terapeutica della legge di similitudine, peraltro prima di lui già intuita da Ippocrate agli albori della medicina. La certosina e minuziosa opera di sperimentazione dei tanti rimedi della natura, infatti, condusse il medico sassone ad individuare con esattezza l’essenza medicamentosa di ognuno di essi, che, applicata per similitudine al quadro patologico effettivamente da curare, è la sola in grado di innescare quel processo di guarigione, cui naturalmente tende l’organismo umano nel corso di ogni genere di affezione. Senza il principio di individualità medicamentosa, dunque, da cui, come abbiamo visto, è possibile desumere quello di individualità morbosa, la legge di similitudine rimane incompleta, e la sua applicazione superficiale e generica, che non tenga cioè conto di quali sintomi del malato debbano effettivamente accordarsi a quelli dell’unico rimedio capace di guarirlo, è destinata a fornire risultati terapeutici deludenti o palliativi, e comunque decisamente lontani dalle reali potenzialità della medicina omeopatica. Viceversa quando la legge di similitudine realizza il ponte esatto tra i sintomi da prendere realmente in considerazione nei malati e quelli che esprimono e differenziano la potenza guaritrice dei singoli rimedi, si assiste inesorabilmente alla guarigione secondo le modalità descritte da Hering nella legge che porta il suo nome, modalità che sono quelle stabilite dalla natura per preservare sempre al meglio, dell’organismo umano, le funzioni più nobili e gli organi più vitali.

In definitiva, i due principi di individualizzazione possono così esprimersi: ogni rimedio possiede un suo specifico ed individuale potere di guarigione, che lo differenzia da quello di tutti gli altri rimedi simili ad esso, e che si esplica appieno, secondo la legge di similitudine, allorquando, riconosciutolo e valorizzatolo attraverso la sperimentazione pura di molteplici sostanze presenti in natura, viene ad essere applicato in maniera quanto più possibilmente speculare (simillimum) a ciò che la stessa individualità medicamentosa ha permesso di riconoscere come effettivamente da curare in malati affetti da identici quadri di malattia.

Possiamo così concludere facendo nostre le parole del III paragrafo dell’Organon: “Se il medico capisce la malattia – ossia sa che cosa si deve guarire nei singoli casi di malattia…e sa chiaramente quello che in ogni singolo medicamento v’è che guarisce…e sa adattare il potere medicamentoso dei rimedi con quanto di sicuramente patologico ha riconosciuto nel malato, in modo da portare la guarigione…allora egli opera utilmente e radicalmente e può (finalmente) definirsi un vero maestro dell’arte di guarire”.


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