Introduzione alla semeiotica omeopatica
In omeopatia, la semeiotica tradizionale, quella per intenderci che conosciamo dagli studi universitari, e che non dovrà mai essere trascurata, si arricchisce di una serie di elementi che permettono di raggiungere una sempre maggiore precisione nella ricerca del
simillimum del momento. Proprio per questa ragione, immediatamente dopo l’anamnesi omeopatica, si procede all’osservazione scrupolosa delle caratteristiche scheletriche e morfologiche dell’individuo in esame, al fine di individuarne la costituzione di appartenenza. Successivamente si passa a ricercare quelle lesioni patologiche, visibili ad occhio nudo, che sono state descritte nelle patogenesi dei singoli rimedi, ed a noi note dallo studio della materia medica. Infine si presta attenzione alla dolorabilità, provocata dalla digitopressione, di alcuni punti distribuiti sulla superficie corporea –
i punti di Weihe – ognuno dei quali corrisponde ad un insieme di sintomi caratteristici di altrettanti rimedi della materia medica.
Ma procediamo per ordine, cominciando dalla ricerca delle caratteristiche che distinguono una costituzione dalle altre.
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1) Analisi della costituzione fisica
Partendo dal capo, ricordo brevemente che il viso del
sulfurico è di norma rettangolare, con equilibrio tra le singole parti (frontale – nasale – orale); i denti sono giallastri ed anch’essi rettangolari; l’occlusione delle ossa mascellari è buona. Il
carbonico ha un viso rotondeggiante, con prevalenza del piano orale; i denti sono quadrati, larghi, di un bianco gessoso. Il tipo
fosforico ha un viso allungato, con prevalenza del piano frontale; i denti sono triangolari, di un bianco fulgido leggermente bluastro e poco solidi; non è raro il riscontro di una malocclusione e la presenza di palato ogivale. Il soggetto
fluorico, infine, ha un viso asimmetrico con denti tipicamente malposizionati, piccoli e triangolari; va facilmente incontro alle carie; la malocclusione è la regola, riscontrandosi spesso, in questi casi, una II classe di Angle.
Altro aspetto molto importante da verificare, sempre al fine di individuare la costituzione di appartenenza del nostro paziente, è l’insieme delle caratteristiche degli
arti superiori: le dita del sulfurico sono rettangolari, con estremità a spatola e ultima falange più larga delle prime due; la mano è allungata, con buone inserzioni muscolari, adatta al lavoro fisico; l’angolo braccio-avambraccio in estensione è di poco inferiore ai 180 gradi; la tonicità muscolare è nel complesso buona.
Le dita del carbonico sono invece corte e tozze, così come le mani, che appaiono molli e carnose e limitate nello sforzo per via della loro brevità; la rigidità legamentosa rende conto del fatto che l’angolo braccio-avambraccio in estensione è inferiore a 180 gradi; la muscolatura appare generalmente ipotonica.
Il fosforico, all’opposto, ha dita lunghe e affusolate, che si assottigliano progressivamente dalla prima all’ultima falange; le mani, anch’esse allungate, sono tuttavia più corte di quelle del sulfurico, e spesso assimilate ad un oggetto d’arte, del tutto inadatte alle fatiche fisiche; l’angolo braccio-avambraccio è piatto, i muscoli lunghi ed ipotonici; una certa lassità legamentosa renderà conto della tendenza di questa costituzione alle alterazioni della statica vertebrale (lordosi, cifosi e scoliosi).
Infine il fluorico presenta mani flessuose con unghie piccole, l’angolo braccio-avambraccio in estensione supera i 180 gradi, l’estrema lassità legamentosa rende conto delle alterazioni vertebrali (ancora più frequenti in questa costituzione che non in quella fosforica) e della facilità alle distorsioni dell’articolazione tibio-tarsica.
Nel complesso il sulfurico è un normolineo, con armonia tra le singole parti; il carbonico, tendenzialmente brevilineo, presenta una spiccata tendenza all’adiposità; il fosforico, all’opposto, decisamente longilineo, ha il torace stretto (frequentemente i soggetti appartenenti a questa costituzione sono scartati alla visita di leva per insufficienza toracica) e presenta facile stancabilità, fisica e cerebrale; la costituzione fluorica, infine, comprende di solito individui di piccola taglia, magri e dinoccolati (aspetto da fantino) con segni di senescenza precoce; non sono rare le malformazioni ossee e degli organi interni.
Ricordo poi che il soggetto sulfurico può evolvere verso caratteristiche fisiche che lo faranno assomigliare al carbonico (sulfurico-grasso) oppure al fosforico (sulfurico-magro, da alcuni autori definito anche muriatico), mentre non tutti sono d’accordo nel conferire alla costituzione fluorica una sua totale autonomia: secondo alcuni autori, infatti, elementi di questa costituzione s’inserirebbero su una delle altre tre, conferendo a queste caratteristiche proprie, condizionate dalla costituzione di base.
2) Ricerca di lesioni caratteristiche
Si tratta di una serie di segni, descritti nelle materie mediche, che ciascun omeopata deve ricercare sistematicamente al momento dell’esame obiettivo. Il loro numero è particolarmente svariato, e pertanto la loro descrizione esula dal contenuto dell’odierna lezione. Quello che oggi mi preme di più, però, è sottolineare il valore che deve essere attribuito a questi segni nella scelta del rimedio da somministrare. In accordo con il principio di gerarchizzazione dei sintomi – di cui vi è stato già parlato in altre lezioni – la ricerca di questi segni caratteristici deve sempre essere eseguita tenendo ben a mente quanto già dedotto dal precedente colloquio con il paziente. In altri termini, il loro riscontro non può mai essere preminente nella scelta del rimedio, ma semmai essi devono fungere da conferma ai nostri sospetti diagnostici, e come tali entrare a far parte della
sindrome minima di valore massimo del rimedio che andremo a prescrivere.
Per passare dalla teoria alla pratica, conviene fare alcuni esempi: il riscontro di lesioni verrucose sulla cute del nostro malato, non deve mai spingere il medico all’immediata prescrizione di Thuya, rimedio conosciuto, tra le altre cose, proprio per la sua capacità di guarire dalle verruche. Thuya, casomai, sarà prescritto a quel paziente che, oltre alle suddette lesioni, presenti anche le caratteristiche psichiche e generali tipiche del rimedio:
persone con tendenza all’ideazione ossessiva a sfondo ipocondriaco o per preoccupazioni giornaliere, ipersensibili alla musica, facilmente irritati dai contrattempi quotidiani, con una costante ansia d’anticipazione, e sempre molto frettolosi nel fare le cose; subiscono un tipico peggioramento dei loro mali tra le 3 e le 4 del pomeriggio e le 3 e le 4 del mattino e per il tempo umido, mentre al contrario migliorano molto nelle ore serali e per soggiorni al mare.
Allo stesso modo non prescriveremo mai in maniera subitanea Staphysagria ad un soggetto che presenti calazi recidivanti in sede palpebrale, se prima non ne avremo costatato la tendenza a trattenere la collera, l’ipersuscettibilità e tutta una serie di sintomi che coinvolgono tutta la sfera urogenitale. Questo perché in omeopatia ogni lesione o sintomo locale, deve sempre essere considerato come un effetto dello squilibrio generale della persona, che coinvolge contemporaneamente tanto la sua sfera psicologica, quanto quella somatica, e che risulta essere la vera causa da ricercare e curare, qualora si voglia ottenere una guarigione stabile e duratura. L’applicazione di un rimedio, infatti, solo in rapporto alla sintomatologia locale può comportare, nella migliore delle ipotesi, la semplice soppressione del sintomo, con rapido ritorno dello stesso alla sospensione della terapia o, ancora peggio, un approfondimento della malattia, che andrà così ad interessare organi via via sempre più vitali. Il ritardo, invece, che sovente si verifica in omeopatia nella guarigione di una lesione locale, come può accadere ad esempio per una qualsiasi dermatite, può e deve sempre essere verificato alla luce della
legge di guarigione di Hering, di cui il medico omeopata e, laddove possibile, il paziente, devono comunque tenere giusto conto.
Ricordo, inoltre, che di ogni sintomo o segno locale, devono sempre essere studiate le caratteristiche di aspetto, localizzazione e modalità di aggravamento e miglioramento, le quali conferiscono individualità alla malattia. All’opposto sintomi e segni locali che non presentino modalità caratteristiche devono essere scartati, giacché propri della malattia e non del malato da curare. Così ad esempio un malato affetto da lesioni psoriasiche il cui prurito è migliorato dalle applicazioni calde ed aggravato dal freddo, in inverno e la notte, che al colloquio presenti caratteristiche psicofisiche tipiche di Arsenicum Album, diviene certamente passibile della somministrazione di detto rimedio anche in rapporto alla sua sintomatologia locale.
Concludo, infine, questo breve excursus sui segni e sintomi da ricercare in omeopatia, soffermandomi su alcune modalità caratteristiche, che si osservano soprattutto durante il colloquio, ma che caratterizzano in maniera così evidente la metodologia omeopatica, che ritengo sia opportuno familiarizzare il più possibile con esse.
Si tratta delle modalità di aggravamento o miglioramento in relazione a:
a) ora del giorno
b) temperatura ambientale
c) meteorologia
d) lateralità
Aggravamento o miglioramento rispetto alle ore del giorno
Stanno peggio al mattino:
al risveglio: Lachesis, Lycopodium, Nux vomica
alle 10: Natrum muriaticum
alle 11: Sulfur
Stanno peggio il pomeriggio-sera:
dopo pranzo: Nux vomica
tra le 15 e le 16: Thuya
tra le 16 e le 20: Lycopodium
al crepuscolo: Phosporus e Causticum
Stanno peggio la notte:
da mezzanotte all’1: Arsenicum album
dall’1 alle 3: Kali carbonicum
tra le 3 e le 4: Thuya
In generale poi, stanno sempre peggio la notte tutti i rimedi luesinici (Mercurius, Aurum, Luesinum) e, tipicamente, Psorinum, che si alza la notte per mangiare.
Al contrario i rimedi di sicosi, tra i quali spicca il nosode Medorrhinum, mostrano un
tipico miglioramento nelle ore serali (di giorno sarà triste e la notte allegro, pronto a passarla in bianco-citano alcune materie mediche).
Un altro rimedio, infine, che mostra un simile miglioramento, con spiccata loquacità e facilità alle occupazioni intellettuali, in contrapposizione all’aggravamento del mattino, è Lachesis.
Aggravamento in relazione alla temperatura ambientale
Una delle modalità più importanti per la scelta del rimedio è il comportamento del soggetto in rapporto al
caldo e al freddo ambientali, a tal punto che spesso questo sintomo può avere valore eliminatorio: quando il paziente presenta un aggravamento spiccato al caldo o al freddo, tutti i rimedi che non lo presentano possono essere scartati dalla scelta del simillimum. Ciò però è in contrasto con quanti affermano che ad ogni modo i sintomi generali, in presenza di un quadro psicologico evidente di un determinato rimedio, devono rafforzare il quadro mentale caratteristico, altrimenti, a loro volta, devono essere scartati.
Sono aggravati dal freddo:
Baryta carbonica, Calcarea carbonica e phosphorica, Hepar sulfur, Nux vomica, Phosphorus, Psorinum, Sepia e Silicea
Sono aggravati dal freddo, ma peggiorano al calore:
Arsenicum album, Lycopodium, Natrum muriaticum e Pulsatilla
E’ aggravato dagli estremi di temperatura:
urius solubilis (non sopporta che un ambiente temperato, ed è uno dei rari rimedi a presentare una simile modalità)
Sono aggravati al calore del letto:
Mercurius solubilis e Sulfur
Sono aggravati dal caldo:
Apis, Iodum, Sulfur
Aggravamento in rapporto alle condizioni meteorologiche
Tempo umido:
Il tempo umido aggrava tutti i rimedi di sicosi, il cui capostipite è Thuya, ma tra i quali vanno menzionati: Dulcamara, Natrum sulfuricum e Rhus tox.
Tempo secco:
Causticum, Hepar sulfur, Nux vomica
Temporale:
Phosporus
Vento
Chamomilla, Nux vomica e Lycopodium
Neve:
Calcarea phosphorica presenta un tipico aggravamento quando la neve si scioglie.
Infine ricordo che è caratteristico della prevalenza del miasma sicotico la presenza di un evidente peggioramento ai cambiamenti di tempo e della temperatura in generale.
Lateralità
Hanno lateralità destra Arsenicum, Bryonia, Calcarea carbonica, Kali carbonicum, Lycopodium (i cui sintomi iniziano a destra e si spostano a sinistra), e Causticum.
Hanno lateralità sinistra Lachesis (i cui sintomi iniziano a sinistra e si spostano a destra), Natrum sulfuricum, Sulfur e Thuya.
In Lac caninum i sintomi si spostano alternativamente ora a destra ed ora a sinistra.
3) I punti di Weihe
Rappresenta sicuramente l’ultima tappa di un esame clinico ben condotto, nonché il tassello conclusivo dell’indagine da noi rivolta alla ricerca del perfetto simillimum da somministrare al nostro malato.
E’ in Germania, nel XIX secolo, che un medico omeopatico, Weihe per l’appunto, dopo un esame sistematico e minuzioso dei suoi malati, aveva trovato una relazione costante tra alcuni sintomi e segni, il cui insieme corrispondeva ad un determinato rimedio omeopatico, e la comparsa di un dolore provocato, raramente spontaneo, in alcuni punti ben precisi della superficie cutanea, sempre situati allo stesso posto con lo stesso gruppo di sintomi. Questi punti coprivano la superficie di un polpastrello, ed erano facilmente individuabili seguendo raggi diversi e muovendosi dalla periferia verso la sede del presunto punto dolorabile.
A conferma delle sue intuizioni, Weihe procedette ad un controesperimento: fece assumere ad una persona in buona salute regolarmente, e per alcuni giorni, il rimedio omeopatico Cactus. Dopo un certo periodo la persona sottoposta all’esperimento presentò un punto doloroso esattamente nel medesimo posto in cui lo avrebbe presentato un malato passibile della prescrizione del suddetto rimedio.
Seguendo questo metodo, Weihe individuò più di centocinquanta punti distribuiti su testa, collo e tronco, con esclusione degli arti.
Il valore di questi punti resta a tutt’oggi certamente discutibile: non se ne conosce con esattezza la loro patogenesi e sarebbe sicuramente sciocco utilizzarli sistematicamente per la diagnosi, senza tenere conto dei dati ottenuti dal precedente colloquio e dell’insieme dei segni patologici rilevati all’esame obiettivo. Anche in questo caso, come in quello precedente dei segni patologici, il loro utilizzo deve solo essere di conferma e, casomai, di aiuto nella diagnosi differenziale quando la scelta del nostro simillimum è in bilico tra due o più rimedi.
Vediamo pertanto, con l’ausilio di un semplice schema, il loro reale interesse diagnostico:
Interesse diagnostico dei punti di Weihe
A) Caso di un unico punto doloroso:
-valore di conferma: quando il malato presenta una sintomatologia attenuata di un rimedio omeopatico, l’esistenza del punto di W. corrispondente a quel rimedio è decisivo per la sua prescrizione.
-valore di diagnosi differenziale: quando un malato presenta caratteristiche psicofisiche comuni a due o più rimedi, l’esistenza del punto di W. corrispondente ad uno di essi è dirimente per la scelta del rimedio.
B) Caso di più punti dolorosi simultaneamente:
-valore di scelta e orientamento terapeutico: in questo caso la scelta del rimedio sarà effettuata in relazione alla maggiore o più prolungata dolorabilità di un punto rispetto a tutti gli altri risultati positivi, ma sempre dopo aver confrontato l’esito della nostra ricerca con l’insieme dei dati precedentemente desunti dal colloquio e dall’osservazione del malato.
Gli altri punti dolenti meritano comunque sempre la nostra attenzione, soprattutto in relazione ad una possibile evoluzione del quadro patologico (esempio: soggetto
Lycopodium che, sotto l’azione del rimedio diviene Calcarea carbonica e nel quale entrambi i punti erano inizialmente positivi, sia pure ad un differente grado di dolorabilità).
Da quanto appena detto, dunque, è possibile derivare le seguenti considerazioni conclusive:
• La semeiotica omeopatica estende e completa quella tradizionale con una serie di osservazioni, che comprendono principalmente: l’analisi della costituzione fisica del paziente, la ricerca dei segni patologici desunti dalle patogenesi dei rimedi e la valutazione della dolorabilità dei punti di Weihe.
• L’insieme di queste osservazioni non deve comunque mai essere preminente nella scelta del rimedio da somministrare, ma fungere sempre e solo da conferma ai nostri sospetti diagnostici e/o d’aiuto nel dirimere i dubbi derivanti dal precedente colloquio con il paziente.
• Solo un colloquio ben condotto, infatti, a sua volta arricchito di elementi diagnostici sconosciuti alla medicina tradizionale e propri della metodologia omeopatica, sarà in grado di avvicinarci il più possibile alla diagnosi esatta del momento, a patto che venga sempre effettuato secondo criteri che abbiano come fine quello di spostare l’obiettivo della cura dal sintomo o malattia contingente alla persona intera come malato.
• E’ dunque questa la reale novità dell’intera metodologia omeopatica, grazie alla quale l’insieme delle osservazioni psichiche e fisiche, fino ad ora disgiunte tra loro al punto da provocare lo smembramento della medicina in un numero sempre più cospicuo di branche specialistiche, ritrova finalmente il suo naturale ordine, andando a ricomporre quel puzzle intricato che è costituito dall’essere umano ammalato… sempre e comunque in tutta la sua interezza!
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