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Utilizzo del repertorio omeopatico
 
Approccio ragionato per un utilizzo corretto ed efficace del repertorio omeopatico (di Francesco Candeloro – medico omeopata)

Il repertorio omeopatico nasce come strumento di ausilio per affinare le capacità diagnostiche dell’omeopata e permettergli così di arrivare a prescrivere, tra i tanti rimedi simili tra loro, e simili al caso da curare, quello decisamente più speculare al quadro morboso in atto.

Partendo necessariamente da questa premessa, nient’affatto scontata, suppongo sia già possibile estrapolare alcune considerazioni importanti, per arrivare ad un utilizzo corretto e realmente efficace di questo strumento.
E’ evidente, infatti, che la necessità di individuare il rimedio più simile al caso da curare, tra i tanti a loro volta simili tra loro, presuppone che il medico abbia già una conoscenza piuttosto dettagliata almeno delle caratteristiche fondamentali dei rimedi di maggior impiego, con particolare riferimento alle somiglianze sintomatiche, e soprattutto miasmatiche, tra essi esistenti. L’operato del medico, ancor prima dell’utilizzo di qualsiasi tipo di strumento repertoriale, dovrà dunque essere sempre caratterizzato da uno studio attento del malato, promosso a sua volta da una valida conoscenza della materia medica, e in grado di isolarne, in base al criterio di gerarchizzazione, quei sintomi caratteristici, che lo individualizzano da tutti gli altri pazienti affetti dalla sua stessa patologia.
Solo questo modo di operare gli permetterà di arrivare a restringere il numero dei possibili rimedi terapeutici (scelta corretta del sintomo eliminatorio) tra i quali sarà decisamente più agevole individuare quello realmente terapeutico, in quanto più simile al caso da curare. Solamente a questo punto, allora, potrà diventare determinante l’utilizzo del repertorio, e soprattutto la sua particolare maniera di classificare i rimedi in rapporto alla prevalenza sperimentale con la quale hanno presentato un determinato sintomo nel corso delle patogenesi.
E’ proprio in base a questo suo utilizzo che il repertorio può diventare, in mano ad un medico già conoscitore dei principi dell’omeopatia e delle patogenesi dei rimedi di maggior utilizzo, quello strumento di conferma o di precisione diagnostica per il quale è stato, fin da epoca hahnnemaniana, opportunamente elaborato.
Coloro che lo utilizzano, invece, come strumento fondamentale per giungere ad una buona diagnosi, finiscono per alterarne le sue originali finalità, compromettendo fin da subito lo scopo supremo di una metodica nata per guarire da un sintomo o da una malattia, e non semplicemente per sopprimerli. Come tale, dunque, il repertorio non può che rappresentare l’atto finale di una buona diagnosi omeopatica e non il suo punto di partenza, dove spesso far convergere, senza una sapiente conoscenza della metodica, e delle caratteristiche dei singoli rimedi, tutti i sintomi più strani e inconsueti registrati nel corso dell’osservazione dei pazienti. A questo proposito, anzi, penso di poter affermare, con ragionevole convinzione, che forse alcuni operatori del settore hanno focalizzato eccessivamente i loro sforzi al semplice arricchimento del repertorio, disinteressandosi, o interessandosi solo in parte, dei principi dottrinari della metodica, che invece devono continuare a rappresentare gli unici in grado di indirizzare il medico alla corretta e sapiente compilazione di questo strumento, affinché la scelta del simillimum sia scevra da ogni possibile errore derivante proprio da sommaria conoscenza delle leggi dell’omeopatia.

In base a quanto appena detto, dunque, e partendo inevitabilmente dal repertorio di Kent che, almeno nelle parti necessariamente più utilizzate, cioè quelle relative ai sintomi mentali e generali, presenta, a mio parere, inutili ed eccessive ripetizioni e, relativamente ai soli sintomi generali, un accorpamento delle rubriche un po’ confusionario, e arrivando così al Synthesis, che si propone almeno in parte di superare proprio alcuni degli aspetti più criticabili del repertorio di Kent, non si può certo tralasciare di esprimere alcune considerazioni circa il metro attuale di inserimento delle aggiunte, e particolarmente di quelle provenienti dall’esperienza clinica. Queste ultime, infatti, dovrebbero semmai convergere, inizialmente, in una banca dati computerizzata, dove solo la ripetuta osservazione clinica da parte di qualsivoglia omeopata, potrebbe condurre nel tempo, e in base a criteri oggettivi, alla sicura aggiunta di un sintomo come parte integrante della patogenesi di un qualunque rimedio.

A questo punto, allora, possiamo provare a riassumere una serie di pregi e difetti del repertorio, e soprattutto immaginare un unico modello capace di comprendere alcune delle iniziative più interessanti dei molteplici autori che, nel tempo, si sono dedicati allo sviluppo di questo strumento.
Appaiono decisamente lodevoli, ad esempio, i tentativi di ridurre il numero dei sintomi, come nel repertorio di Boericke, cercando di accorpare sotto un’unica rubrica quelli che identificano, ad esempio, aspetti mentali e caratteriali tra loro sovrapponibili; sempre apprezzabile appare l’intento di prendere in considerazione solo quei sintomi in cui almeno un rimedio si trova al III grado, in quanto univocamente espressione dell’azione di quel determinato rimedio, e non di altri aspetti soggettivi dello sperimentatore e/o del direttore della sperimentazione, che possono averne condizionato l’insorgenza e/o la sua registrazione; per inciso, a questo punto, si potrebbe pensare di creare un’ulteriore banca dati, dove raccogliere le patogenesi dei rimedi, effettuate, però, da autori diversi, e arrivare così a definire, ad esempio, un quarto grado solamente per quelli che un determinato sintomo lo hanno presentato in tutte le patogenesi; si potrebbe addirittura procedere fino ad un quinto grado laddove l’esperienza clinica fosse in grado di confermare più volte (vedi in proposito i gradi proposti da Hering) la risposta terapeutica a quel determinato rimedio. Nella suddivisione delle sezioni per temi e concetti, sarebbe poi opportuno aggiungere una ripartizione dei sintomi in relazione alle caratteristiche costituzionali della persona, così come appare degna di stima la creazione, ad opera di un autore italiano, il dr. Petrucci, di un repertorio specifico per i bambini.
Sarebbe inoltre necessario rimodellare la struttura del repertorio, adattandola alla gerarchia prevista dalla metodica, e questo per rendere sempre più familiare agli omeopati di qualsiasi scuola il modo corretto di studiare il malato, abituandoli a prestare un interesse sempre meno predominante alla sintomatologia locale, come invece viene insegnato dalla medicina tradizionale.
Infine, proprio a proposito dei sintomi locali, mi sembra interessante il lavoro di Oscar Boericke che, in molti casi, partendo dalla diagnosi nosologica, arriva a modalizzare sempre di più il sintomo, ad iniziare dalla possibile causa scatenante, cosa, quest’ultima, in grado di agevolare la ricerca del rimedio particolarmente nel caso delle affezioni acute.

In definitiva, le precedenti sono solo alcune considerazioni e proposte, che però devono far riflettere su quanto sia importante un utilizzo ragionato di uno strumento certamente prezioso per il medico omeopata, solo dopo, però, che egli abbia compreso, dallo studio della materia medica, l’essenza medicamentosa di ogni rimedio e, da quello non meno importante dei principi dell’omeopatia, il modo più corretto di applicarla ai malati.
Nel continuare a redigere strumenti repertoriali, sarà dunque fondamentale, innanzitutto, imparare a conoscere quanti e quali sintomi effettivamente trascrivere in essi, evitando inutili ripetizioni o sintomi secondari, che finiscono per appesantirlo e renderlo di difficile impiego; sarà poi fondamentale cercare di rendere il repertorio uno strumento sempre più scientifico ed universale, attraverso la creazione di banche dati, dove riportare gli studi patogenetici e i rilievi clinici di qualsiasi operatore scrupoloso del settore, e utilizzare la potenza analitica dei computer principalmente per evitare inesattezze e personalismi, che spesso rendono ancora più incomprensibile una metodologia di per se stesa complessa, in quanto in relazione con la complessità totalitaria dell’essere umano; tutto questo dovrà poter rendere i repertori strumenti più duttili e maneggevoli sia nella presentazione sia nella consultazione.
Solo in questa maniera, ritengo, il repertorio potrà continuare a rappresentare, tanto nella sua forma cartacea, quanto in quella computerizzata, ciò per cui venne inizialmente elaborato, ovverosia l’atto finale di una buona pratica omeopatica e non il primo passo di una ricerca, che solo la comprensione profonda dell’essere umano, e delle sue dinamiche esistenziali, sarà in grado di condurre a risultati terapeutici pienamente soddisfacenti, proprio laddove, per i suoi limiti intrinseci, qualsiasi terapia dei contrari, allopatica od omeopatica e, in quest’ultimo caso, computerizzata o no, non sarà mai in grado di pervenire.


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