|
|
Dalla semplice maternità alla piena fecondità della donna: |
| |
l'emancipazione femminile attraverso un percorso interiore di riscoperta di sé
(di F. Candeloro - medico omeopata)
Negli ultimi anni assistiamo, con sempre maggior frequenza, al riscontro di casi di infertilità,
o meglio sub-fertilità, della coppia, dove spesso indagini mediche anche approfondite non
riescono ad evidenziare condizioni patologiche tali da giustificare questa condizione.
Eppure ci troviamo a vivere in una società apparentemente evoluta, se non altro da un punto
di vista tecnologico, che come tale promette di poter soddisfare al meglio le necessità umane,
e farsi così garante della miglior stabilità sociale, che dovrebbe a sua volta favorire fecondità
e prosperità, in maniera illimitata, alla specie umana.
Questa condizione di apparente stabilità sociale, unitamente anche alla possibilità di soddisfare
al meglio, almeno nelle società economicamente più opulenti, e fin dalla più tenera età, i
fabbisogni nutritivi in grado di garantire anche il corretto accrescimento fisico della persona,
appaiono quasi in contrato alla sempre più ricorrente condizione di sub-fertilità della coppia,
tanto che la tecnologia e l’evoluzione del pensiero medico sono sempre più protesi a trovare
alternative alla procreazione naturale, che è anche la più auspicabile.
Bisognerebbe a questo punto soffermarsi su altri aspetti, forse più psicologici, alla base di
questa condizione sempre più frequente, e cominciare a considerare come potenziali responsabili
di tutto ciò i cambiamenti sociali degli ultimi anni, che hanno visto la donna emanciparsi dal
ruolo femminile di sola casalinga e principale tesoriera e artefice dell’educazione filiale,
arrivando così ad assumere un ruolo sociale sempre più preminente, andatosi affermando, però,
proprio a discapito di quello familiare, fino a sconfinare in un’assurda contesa con l’uomo
anche in occupazioni lavorative fino a poco tempo fa di esclusiva pertinenza maschile, come
quella militare, ad esempio, in cui la maggior prestanza fisica sembrava giocare il ruolo
principale nella diversificazione dei ruoli sociali.
E già, perché questa perdita di fecondità della coppia, se da un lato forse ha una sua
fisiologia, tipica delle società economicamente più ricche - dove storicamente la natalità
tende a ridursi rispetto a quelle economicamente più povere, anche per una crescita interiore
della persona, che impara sempre meglio a governare i propri istinti, pervenendo così ad
una più razionale regolamentazione delle nascite, al servizio non solamente del principio di
conservazione della specie, ma anche di quello di fecondità e prosperità di tutto il creato,
troppo frequentemente dilapidato e saccheggiato da un essere umano ancora tristemente sottomesso
alla sua insaziabile avidità - d’altro canto, però, questa sub-fertilità, che noi medici
osserviamo ormai sempre più spesso, è ben lontana da una maniera più ordinata di pro-creare,
ed è, forse, proprio la conseguenza, almeno in parte, della perdita del ruolo femminile nella
società.
Un ruolo che certo sentiva forte il bisogno di emergere, di proclamare con autorevolezza
il giusto rispetto e la complementarietà con quello maschile, ma che, in una inevitabile
conflittualità, portata forse all’estremo, però, ha finito per sovrastare e inglobare anche
la mascolinità, facendo perdere alla coppia il necessario incontro armonico di quelle due
parti, da sempre destinate a contenere naturalmente, e piacevolmente, la vita e il suo più
fisiologico divenire.
In effetti proprio chi, come omeopata, che cioè, quasi quotidianamente si confronta con la
realtà umana nella sua interezza e nella sua dinamica esistenziale con il circostante, sempre
più spesso si trova a fronteggiare persone di sesso femminile che hanno assunto un ruolo a
volte aspramente dominante e poco incline alla pazienza, alla tolleranza, alla mitezza e
alla solidarietà, qualità queste squisitamente femminili, nonché aspetti essenziali su cui
deve forgiarsi l’uomo, affinché la coppia possa raggiungere quell’armonia di intenti che le
permetterà di garantire alla prole la giusta crescita non soltanto fisica ma anche e soprattutto
spirituale, in una fertilità allora sì pienamente feconda, in quanto riproduttrice e custode
della vita nel senso più elevato che le compete.
E’ tuttavia proprio questo, forse, il tempo più propizio in cui, superato il maschilismo
più sfrenato di tempi addietro, ma trovato anche il giusto equilibrio femminile all’antagonismo
con la parte maschile, i due esseri riscoprano prima di tutto loro stessi e poi la bellezza
di una vita condivisa, dove ognuno arrivi addirittura a precedere i desideri altrui e a sentire
propri i patimenti dell’altro, in un reciproco e scambievole dono d’amore che sarà sempre in
grado di riportare il giusto calore in un animo umano troppo spesso saccheggiato, anch’esso,
del suo senso originario.
E in questo ritrovarsi, prima di entrambi i singoli, e poi del senso coniugale della convivenza,
proprio dalla donna può venire un contributo essenziale: proprio colei che è al vertice della
creazione, infatti, seconda solo a quel divino che non può che abbracciare entrambi, e del quale
è interlocutrice prediletta, proprio la donna è chiamata a ripartire dal dolore di un’esistenza
che la vede sfregiata nella sua femminilità e troppo spesso sottomessa all’arroganza altrui, ma
anche premurosamente invitata ad abbeverarsi per prima alla fonte della Vita, da cui trarre la
necessaria tenacia per ricondurre le sorti del mondo al loro incantevole destino.
La donna, dunque, arriva ad emanciparsi pienamente solo quando è la prima creatura a riscoprire
il senso naturale della propria esistenza e orientarlo così, in un’attesa operosa, a trasformare
e ricreare a sua volta l’uomo, senza volerlo dominare o sottomettere a sua volta, ma arrivando
ad amarlo nella sua primordiale naturalezza che è dissolvenza di quell’asprezza di modi e maniere,
che ben poco hanno a che fare con un sincero e delicato, ma al contempo intenso e forte, rapporto
di vero amore.
Baluardo, così, indispensabile, a protezione della vita umana e terrena, il suo ruolo di difesa
di questa non prevede di armarsi contro il nemico, ma di custodire gelosamente le armi, che solo
a lei appartengono, e che sono al servizio di un’esistenza che mai potrà morire, naturale passaggio,
di generazione in generazione, della parte migliore di un noi, che continuerà ad esistere, semmai,
anche solo nei nostri sogni.
E così, feconda a se stessa, tornata amica dell’uomo, custode prediletta della vita e della sua
infinita rinascita, la donna si riscoprirà centro essenziale di tutto il creato, tornando così
a sentire, per se stessa, quella giusta considerazione – a tratti venerazione - che naturalmente
avverte appartenerle per indissolubile prossimità con il divino.
|
|
|