| (di F. Candeloro - medico omeopata)
Il termine sub-fertilità dovrebbe essere il modo migliore per descrivere
quella condizione in cui si verifica un’effettiva incapacità di portare a termine una gravidanza
in una donna in grado di concepire, e differenziarla così dalla sterilità vera e propria, che
viene definita, invece, l'incapacità biologica da parte di un uomo o di una donna di contribuire
al concepimento. Nell’ambito dei problemi di infertilità della coppia, il contributo femminile a
questa è quantificabile in circa il 45% dei casi, equamente distribuiti tra problemi tubarici
(la sede anatomica del concepimento) e turbe dell’ovulazione.
Nell’ambito di queste ultime un frequente fattore di infertilità è la
sindrome dell’ovaio policistico: si tratta di una frequente malattia cronica, incompatibile con l’ovulazione, che
interessa il 5-10% delle donne in età fertile. Oltre all’infertilità, sono spesso presenti
modificazioni in ritmo e quantità delle mestruazioni, eccessiva peluria, localizzata anche in
aree non pertinenti al sesso femminile, aumento ponderale e alterazioni dello zucchero e dei
grassi nel sangue. Trattasi di un’affezione ereditaria, della quale non si conosce la causa,
anche se molti la fanno risalire ad un eccesso di insulina nel sangue, secondaria alla resistenza
incontrata dalla stessa nella sua attività metabolica, e in effetti il fatto che la ripresa
funzionale delle ovaie molto spesso è semplicemente favorita dalla riduzione di peso della paziente
- associata anche ad una adeguata attività fisica - confermerebbe l’ipotesi eziologica coinvolgente
l’ormone.
Un’altra causa frequentemente responsabile di sub-fertilità nel sesso femminile è l’endometriosi,
vale a dire una malattia cronica e complessa, originata dalla presenza anomala del tessuto che
riveste la parete interna dell’utero, l’endometrio appunto, in organi diversi quali ovaie, tube,
peritoneo, vagina e intestino, e provocante sanguinamenti interni, infiammazioni croniche,
formazione di tessuto cicatriziale e aderenze. In effetti ogni mese, sotto l’azione degli ormoni
del ciclo mestruale, il tessuto endometriale impiantato in sede anomala, va incontro a sanguinamento,
nello stesso modo in cui si verifica a carico dell'endometrio normalmente presente in utero. Tale
sanguinamento comporta un'irritazione dei tessuti circostanti, la quale dà luogo a formazione di
tessuto cicatriziale e aderenze, responsabili a loro volta dello stato di infertilità.
Tra le altre possibili cause che vanno attentamente ricercate nel corso di un esame clinico
rivolto all’individuazione delle circostanze favorenti lo stato di infertilità, ricordiamo
anomalie cromosomiche, patologie endocrine come il diabete, che raddoppia il rischio di aborti,
e le patologie della tiroide, capaci anch’esse di favorire l’insorgenza di aborti spontanei
soprattutto quando il loro riscontro si associa ad una elevata presenza in circolo di anticorpi
anti-tiroide.
Anche alcune infezioni genitali possono essere fattori favorenti l’insorgenza di aborti, in
particolare quelle da Chlamidia; esistono inoltre una serie di malformazioni, geneticamente
determinate, che impediscono il corretto impianto dell’embrione in utero (in particolare l’utero subsetto o setto) ed altre condizioni acquisite, come la presenza di fibromiomi (neoformazioni
benigne dell’utero), o di cicatrici, esito queste ultime di processi infettivi risolti o di
precedenti revisioni (raschiamenti) della cavità uterina.
Tra le condizioni patologiche, a carattere sistemico, possibili responsabili dello stato di
infertilità, ricordiamo in particolare alcune patologie autoimmuni, tra cui il
Lupus eritematoso
sistemico e la Sindrome da anticorpi antifosfolipidi, che possono associarsi ad una particolare
tendenza alla formazione di coaguli nei vasi sanguigni, capaci a loro volta di ostacolare la
funzione nutritiva e disintossicante della placenta, con conseguente predisposizione alla poliabortività della donna.
Accanto quindi ad una ricerca anamnestica particolarmente attenta riguardo alle possibili
cause in grado di spiegare lo stato di sub-fertilità di una donna, utili saranno anche alcuni
esami diagnostici iniziali, molto semplici, tra cui la misurazione della
temperatura corporea
basale (TCB): un picco minimo di TCB suggerisce l'imminente ovulazione; un aumento di 0,5°C
caratterizza il periodo immediatamente postovulatorio; tuttavia questo metodo non è attendibile
né accurato. Importante anche i dosaggi del progesterone al 21esimo giorno del ciclo mestruale,
in quanto una sua ridotta o insufficiente produzione è incapace di mantenere nel tempo la
gravidanza, nonché il dosaggio della prolattina, ormone che di norma si eleva nel corso
dell’allattamento, ma che, se presenta valori elevati al di fuori di tale periodo, può essere
una causa ulteriore di infertilità per mancata ovulazione.
Le anomalie anatomiche dell’utero, ereditarie o acquisite, e le condizioni che ostacolano il
raggiungimento delle tube da parte degli spermatozoi, potranno visualizzarsi, invece, solo
attraverso esami strumentali più complessi tra cui l’isteroscopia (esplorazione diretta della
cavità uterina) o la laparoscopia diagnostica (che permette una visione completa degli organi
a localizzazione addominale).
Per quanto riguarda la terapia, questa, almeno in campo medico tradizionale, varia ovviamente
a seconda della causa riscontrata. In presenza di elevati livelli di prolattina, ad esempio,
il farmaco di scelta è la bromocriptina; per tutte le altre cause ovariche di mancata ovulazione
si fa ricorso in genere alla somministrazione di clomifene citrato (un anti-estrogeno orale),
i cui effetti collaterali includono, però, le vampate vasomotorie (10%), la distensione addominale
(6%), la mastodinia (2%), la nausea (3%), i sintomi visivi (1-2%) e la cefalea (1-2%); l'incidenza
di gravidanze multiple (principalmente gemellari) e di iperstimolazione ovarica è di circa il 5%,
mentre la sua assunzione protratta può aumentare il rischio di insorgenza di tumori dell'ovaio.
Nel caso dell’endometriosi, poi, e in tutti i casi di infertilità da causa non nota, si fa
ricorso in genere all’inseminazione intrauterina, mentre le malattie endocrine come il diabete
e i disturbi della tiroide beneficiano dei comuni farmaci che stimolano o sostituiscono gli
ormoni naturali, e ancora nelle malattie sistemiche che si associano ad ipercoagulazione del sangue,
intervengono farmaci ad azione anticoagulante (eparina o aspirinetta).
Tutti i casi di malformazione congenita, invece, sono generalmente di pertinenza chirurgica.
Nell’approccio omeopatico al problema dell’infertilità della donna, approccio che, per essere
realmente efficace, dovrà avere come scopo quello della massima personalizzazione della cura,
proprio per tale motivo il primo aspetto da non sottovalutare sarà certamente l’età della donna
affetta dal disturbo. In condizioni psicofisiche adeguate, infatti, si sa ormai per certo che la
fertilità femminile è massima a 23 anni, quindi decresce, anche se lentamente, fino a 30 anni, e
poi sempre più rapidamente dopo i 35 anni fino alla menopausa, periodo in cui nella donna cessa
l'ovulazione.
Questo fatto, puramente biologico, deve portarci dunque a considerare separatamente le donne fino
a 35 anni di età, da quelle che presentano un’età superiore a questa, dove uno stato di sub-fertilità
potrebbe essere considerato in parte anche fisiologico e comunque, escluse tutte le possibili cause
che la determinano, valutato in una prospettiva temporale più ampia rispetto ad un stesso caso in una
donna di minore età.
Se dunque nelle donne più giovani sarà importante valutare le caratteristiche psicologiche e sociali
della persona, che spesso inconsciamente ne riducono la capacità riproduttiva, assecondandone alcuni
stati emotivi ricorrenti di generico timore per il parto, o per il futuro economico e sociale del
nascituro, o di generica ansia circa l’impegno che comporterà la nuova vita, o la possibilità di
quest’ultima di alterare il rapporto con il partner, o ancora di associarsi a possibili malformazioni
o malattie cui potranno risultare esposti il feto e/o la gravida - tutte situazioni queste cui
corrisponderà, appunto, un differente approccio terapeutico dal punto di vista omeopatico - nelle
donne di maggiore età sarà invece più importante valutare, accanto a queste inclinazioni emotive,
la possibile azione di fattori esterni in grado di amplificare la già ridotta fertilità, che accompagna,
come abbiamo visto, l’avanzare degli anni.
Saranno dunque da prendere in maggior considerazione, in queste donne, situazioni ambientali e
lavorative particolarmente impegnative, abitudini voluttuarie ormai radicate ed eccessive, come
ad esempio quella del fumo, così come il ricorso, a lungo termine, alla terapia anticoncezionale,
che può aver finito per intorpidire la stessa funzionalità riproduttiva; non mancheranno da
prendere in considerazione anche situazioni conflittuali irrisolte e datate con il proprio partner,
o ancora stati di affaticamento psicofisico generale, e non transitori, che, ovviamente, si
opporranno istintivamente ad un’ulteriore e gravoso impegno come è quello di educare e crescere
una nuova vita.
Si tratta di fattori che saranno riscontrabili anche in età più giovanili, certo, ma in cui ovviamente
la maggior capacità riproduttiva sarà comunque più facilmente in grado di superare ostacoli esterni
alla persona, proprio in virtù della vitalità intrinseca alla vita stessa, espressa dalla sua naturale
tendenza alla moltiplicazione, in un’ottica di costante conservazione della specie umana.
Tutto questo ci porta a considerare che, ancora una volta, il particolare approccio terapeutico
dell’omeopatia rivela quanto sia importante, attraverso la stessa, assecondare il più possibile
la natura umana, e come, proprio per questo motivo, molti stati di sub-fertilità della donna,
nell’età matura, non sono affatto patologici, ma bensì espressione di una sapiente autolimitazione
che la natura ci impone, affinchè la vita umana sia assistita sempre al meglio nel suo naturale
impulso evolutivo, e sin dalla più tenera età, che tanto condizionerà tutto il futuro sviluppo
psicofisico della persona. Tuttavia la modificazione dello stile di vita, rispetto a quello impresso
a questa da una società che conferisce alla vita stessa pieno valore solo in relazione alla sua
produttività, e quindi ai beni, diretti e indiretti, che ne possono derivare, può certamente
conservare a lungo la capacità riproduttiva di una donna se, prolungatisi i tempi biologici del
primo concepimento di una coppia, la persona, sempre in un’ottica di attenta conoscenza e rispetto
della sua natura, orienta la sua esistenza in modo da non procuragli eccessivi e prolungati
turbamenti che, una volta radicatisi, mal si adattano al principio di conservazione di ogni specie
vivente, e dunque si opporranno, naturalmente, alla sua continuità nella riproducibilità della
stessa.
In simili condizioni, forzare una funzione che non è più adatta a supportare non soltanto la
gravidanza, ma soprattutto ciò che ne conseguirà, rappresenta un atto medico decisamente criticabile,
dal momento che la sospensione di certe funzioni, nella fisiologia umana, è al servizio dell’adeguato
mantenimento di altre più nobili e vitali e, semmai, come abbiamo detto, è la prevenzione salutistica,
cui l’omeopatia stessa può fornire un sensibile contributo, che deve incoraggiare a comportamenti
personali e sociali più benefici, capaci indubbiamente di prolungare la fertilità della coppia anche
oltre quell’età considerata più fisiologica alla stessa.
Anche in situazioni socio-ambientli avverse, in definitiva, l’esistenza umana, assecondata nel suo
sforzo vitale e, sin da prima di qualsiasi concepimento, supportata in questo da una terapia priva
di effetti collaterali e certamente preventiva, come quella omeopatica, può costantemente adattarsi
al meglio a qualsiasi situazione ostile, e conservare a lungo tutte le sue funzioni, compresa quella
riproduttiva, anche oltre quei limiti statistici, che spesso finiscono per scoraggiare la persona
stessa a prendere piena coscienza di sé, conducendola in tal modo a forzare situazioni ed eventi,
nella convinzione preconcetta che la natura umana, nella sua piena vitalità, non possa superare limiti
troppo spesso arbitrariamente e disumanamente impostici da chi conosce solo una funzione o un apparato,
ma poco sa di tutto l’essere cui quella funzione, o quell’apparato, appartengono.
|