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Omeopatia unicista |
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(di F. Candeloro - medico omeopata)
L'omeopatia ha sempre mostrato, fin dai tempi in cui era in vita il suo fondatore,
C. F. S. Hahnemann, una notevole vivacità dialettica relativamente alla sua metodologia
applicativa che, lo ricordiamo, si basa su quella legge di similitudine già intuita,
agli albori della medicina, da Ippocrate. Questa vivacità, tuttavia, è frutto della
pigrizia intellettuale di molti medici, abituati, fin dai loro studi universitari, a
considerare la malattia localizzata unicamente ad un determinato organo o funzione, e
così incapaci di ampliare il loro punto di vista, come invece sperimentalmente dedotto
da Hahnemann attraverso la semplice comparazione di quadri naturali di malattia con
quadri artificiali, indotti, cioè, dalla ripetuta somministrazione di sostanze della natura
aventi un potere farmacologico, ossia la capacità, a differenti dosaggi, di incidere in
senso patologico, o curativo, sulla fisiologia dell'organismo umano.
Da questa difficoltà del medico a superare i propri limiti diagnostici, è nato in primo
luogo quel ramo dell'omeopatia che va sotto il nome di pluralismo prescrittivo, in cui
cioè ad un organismo malato vengono contemporaneamente somministrati diversi rimedi
omeopatici, aventi azioni differenti e singolarmente dirette a specifici organi o funzioni.
Ulteriore allontanamento dalla dottrina hahnemanniana è quello del
complessismo omeopatico,
in cui più rimedi, dalla supposta azione similare, vengono miscelati tra loro a formare una
nuova sostanza, somministrata ancora, come nella più tradizionale medicina allopatica, sul
nome della malattia piuttosto che sulle caratteristiche distintive della persona malata.
Infine è proprio dei nostri tempi, l'introduzione di quel filone terapeutico, che chiamiamo
medicina integrata, in cui rimedi omeopatici e allopatici di sintesi vengono prescritti
simultaneamente.
In questa maniera del tutto individuale, dunque, di fare omeopatia, il paziente, che spesso
ha scarsa conoscenza della materia, si trova a dover decidere a chi affidare le sue cure,
e spesso, nel dubbio, preferisce seguire i consigli terapeutici del farmacista, scoraggiato
proprio dalla pluralità di offerte, tanto differenti, che vanno tuttavia sotto lo stesso
nome di omeopatia. Una risposta superficiale, che spesso si trova tra gli operatori del settore,
è che i diversi approcci mostrano comunque tutti, a gradi differenti, una certa efficacia e un
diverso gradimento dei pazienti, e questo ne giustificherebbe la loro persistenza sotto un'unica
nomenclatura, sia pur in barba a quella purezza metodologica che è assicurata dal solo
unicismo
prescrittivo.
Entrando, a questo punto, nello specifico, è bene osservare che l'unicismo in
omeopatia - termine
con cui si vuole indicare la somministrazione, nel corso di qualsiasi stato patologico, di un
solo rimedio omeopatico alla volta - è prima di tutto funzionale al rispetto della naturale
complessità psicofisica della persona, che risponde a stimoli potenzialmente nocivi sempre e solo
come fosse una cosa sola, e indivisibile, di mente e corpo. Stimoli dunque che hanno la capacità
di perturbare l'armonia funzionale di questa complessità, determinano modificazioni della stessa
che inizialmente possono anche sembrare localizzate, ma che, quando si perpetuano nel tempo - e
approcci terapeutici allopatici ne contrastano le naturali difese dell'organismo - finiscono per
estendere i loro effetti lesivi ad organi ed apparati sempre più importanti nel mantenimento
dell'efficacia funzionale dell'intero organismo, che viene così progressivamente influenzato a
tutti i livelli della sua complessità.
Questo non è il frutto di astratte teorizzazioni ma, come già detto, la verifica sperimentale
della risposta dell'organismo a sostanze della natura in grado di farlo ammalare, sostanze
che, quando somministrate ripetutamente, e a dosaggi ridotti, provocano nell'uomo un quadro
tossicologico che, come osservava lo stesso Hahnemann, accanto a perturbazioni organiche,
si accompagna anche a modificazioni della persona nel modo di agire e di sentire. La
malattia, in altre parole, non è mai localizzata solo ad una funzione o ad un apparato,
ma colpisce l'organismo sempre nella sua interezza.
Tuttavia l'approccio unicista va oltre il semplice rispetto della complessità organica
dell'essere umano, per arrivare a cogliere, di ogni individuo, quelle caratteristiche
distintive che permettono di personalizzarne la cura, e di agire così alla radice dei
suoi disturbi, amplificando le naturali difese organiche verso di essi. L'approccio
unicista alle patologie, dunque, possiede due pregi che la distinguono nettamente da
quello allopatico: da un lato permette di rispettare pienamente l'essere e la sua
naturale interezza, dall'altro ha modo di indirizzare la terapia in modo mirato, e
al tempo stesso causale, potendo così ricondurre l'organismo ad una guarigione del
tutto naturale, che sia espressione, cioè, di un migliorato stato esistenziale di
tutta la persona.
Gli altri approcci precedentemente menzionati, invece, si discostano da questo modo
di affrontare disturbi e malattie perché, nel caso del pluralismo, continuano a
considerare i diversi sintomi non come l'espressione della perturbazione complessiva
dell'organismo sotto l'azione di stimoli patogeni, ma bensì localizzazioni differenti
di differenti quadri di malattia, che così fanno perdere di vista la persona, la sua
interezza, e soprattutto la sua relazione dinamica con il circostante; d'altronde il
complessismo, come già accennato, non risulta in grado di tener conto proprio di
quelle peculiarità distintive che permettono di applicare la legge di similitudine in
modo fine e mai grossolano, come si fa, invece, quando essa è diretta alla sola
malattia, e non tiene conto della reattività globale e individuale di un organismo
comunque già impegnato a debellarla spontaneamente; l'integrazione dei due sistemi,
infine, quello omeopatico e quello allopatico, finisce per contrastare l'azione di
stimolo sui processi vitali indotta dall'omeopatia, dato che i rimedi di sintesi spesso
inibiscono proprio quelle reazioni vitali, che hanno lo scopo di circoscrivere e
limitare ogni singola patologia e che, quando non pervengono rapidamente a risoluzione,
giungono semmai ad uno stato di equilibrio tra aggressione e difesa, che il rimedio
omeopatico, se sapientemente scelto, sposterà decisamente a favore di quest'ultima.
La complessità dell'atto medico, pertanto, è tale che, in ogni stato patologico,
esso deve essere il frutto della capacità di saper utilizzare distintamente, e al
meglio, i due principali sistemi di cura, per intenderci quello allopatico, diretto
a bloccare, o limitare, una determinata sintomatologia quando eccessiva o soverchiante
le difese organiche, e quello omeopatico e, in particolare, unicista, volto a
rinforzare individualmente le difese di un organismo già proteso, nel suo complesso,
alla guarigione. Questa complessità dell'atto terapeutico, dunque, fa sì che non sia
possibile demandare ad altra figura, che non sia il medico, l'approccio diagnostico,
e soprattutto curativo, di una qualsiasi affezione, non già perché consapevole delle
caratteristiche peculiari della sostanza o delle sostanze somministrate - al pari di
qualsivoglia buon farmacista - ma in quanto unico conoscitore della realtà umana e dello
scopo precipuo per il quale le sostanze stesse vengono somministrate in rapporto alla
finalità terapeutica da perseguire.
La piena consapevolezza, dunque della dinamica umana - che Hahnemann ha desunto
dall'analisi attenta e minuziosa di quadri sperimentali di malattia, comparandoli
con quadri naturali - unitamente alla presa di coscienza che ogni organismo possiede
sue peculiari modalità di difesa ad una identica patologia che, se opportunamente
sollecitate, sono in grado di abbreviare naturalmente il decorso di qualsiasi affezione,
e da ultimo lo scrupolo diligente, e sapiente, di saper scegliere, di volta in volta,
tra i due sistemi di cura, quello allopatico e quello omeopatico, il più indicato in
base alle condizioni del soggetto e all'aggressività della patologia, sono i tre cardini
imprescindibili di qualsiasi buon atto medico che eviti approcci confusionari e
potenzialmente lesivi della salute umana, rispettando quella purezza metodologica
che è aspirazione di ogni buon terapeuta, il quale da questa purezza sarà condotto
a scegliere in primo luogo tra i due sistemi di cura quello più adatto alle circostanze
in atto, e, quando spinto a preferire l'omeopatia, ad adottare questa nel rispetto
dell'unica maniera che possa agire senza intaccare le difese dell'organismo, ma anzi
assecondando lo sforzo complessivo, e distintivo, di queste in senso riparativo e/o
difensivo, cosa che, in base a quanto affermato finora, può ottenersi solo nel rispetto
della metodologia unicista.
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