armonizzare mente, cuore, pancia
(di F. Candeloro - medico omeopata)Esistono sicuramente molti modi
di accostarsi al divino, e certamente la preghiera rappresenta spesso la maniera più intima e
personale di farlo: immagino che chiunque, vivendo comunque in una società che da sempre mostra
evidenti inclinazioni religiose, sia stato spesso anche solo tentato di pregare, certamente anche
coloro che meno di altri sono religiosamente devoti, o confidano in un essere superiore e trascendente,
capace di andare oltre i propri limiti oggettivi.
E proprio per questo, forse, molti di noi si accostano alla preghiera soprattutto in un momento di
massimo bisogno, quando cioè la nostra esistenza è turbata da situazioni personali o familiari di
difficile risoluzione, o ancora in presenza di un malessere fisico di una certa gravità, o di un disagio
emotivo che ci rende in costante balia degli eventi. Quasi sempre, dunque, ci rivolgiamo alla preghiera
in una condizione di sofferenza fisica o morale, sia per noi sia per i nostri affetti più cari, il cui
disagio inevitabilmente finisce per investire anche la nostra esistenza.
Nella preghiera ci accostiamo al divino come ad un ipotetico amico buono e saggio, ad un terapeuta eccelso,
a qualcuno capace di anticiparci eventi e situazioni, e rimaniamo in attesa di un segno, di una manifestazione,
che possa in qualche maniera alleviare le nostre sofferenze. Spesso, però, il fatto stesso di pregare è già
di per sé sufficiente a ridurre, almeno momentaneamente, le nostre tensioni, ad attenuare la nostra disperazione,
a riportare un barlume di speranza in un individuo che fino a poco prima faceva i conti con la propria fragilità
e la propria impotenza.
E in effetti questo stato di momentaneo benessere ci permette di assaporare, magari solo fino al prossimo
momento di sconforto, una nuova condizione esistenziale che, quasi per magia, coinvolge tutto il nostro
organismo.
A pensarci bene chi di noi ha fatto questa esperienza, anche solo una volta nella vita, ha contemporaneamente
avuto la possibilità di verificare quanto complesso sia il nostro organismo, eppure straordinariamente dinamico
nel ritrovare in breve tempo il benessere fisico, e soprattutto emotivo, che poco prima sembravano perduti:
ritrovare, cioè, il governo dei propri sentimenti, il coraggio delle iniziative personali, la convinzione nei
propri mezzi, quella speranza che genera ottimismo, la consapevolezza di non essere più soli e tanto meno
abbandonati ad un creato ostile, abitato da esseri tanto diversi e indifferenti.
Se lasciati guidare da questo nuovo stato della mente, quell’attimo di armonia di sensi e sentimenti può
prolungarsi, con la nostra volontà, e guidarci verso una progressiva rinascita interiore, che dalla sofferenza
ci condurrà alla piena consapevolezza di noi stessi, della nostra missione esistenziale e dell’accogliente
bellezza di tutto il creato, del quale finalmente torneremo a sentirci parte integrante.
E’ proprio questa, quindi, la risposta, quasi immediata, che dovevamo attendere: nessun messaggio particolare
e soprattutto materiale, nessuna manifestazione necessariamente fisica, ma la liberazione momentanea da una
sofferenza, che apre il cuore alla vita e alla speranza, che ci conforta con parole sincere e partecipi, e ci
sospinge a riprendere con fiducia il cammino della nostra esistenza, alla ricerca di quella comunione con
l’assoluto, da cui siamo in ogni istante amorevolmente circondati.
E allora la preghiera più bella non sarà più quella contenete una nostra richiesta, bensì l’affidamento completo
e sicuro, in ogni situazione che ci spaventa, che ci tormenta, che sembra irrisolvibile, ad una forza che al
tempo stessa ci trascende e ci sostiene, e mai ci abbandona.
Questo completo affidamento è quanto espresso magistralmente nella preghiera del Padre Nostro, dove la nostra
volontà, appunto, torna a farsi un tutt’uno con quella di chi ci supera e ci trascende, ma desidera solo il nostro
bene e la nostra gioia più completa.
Questo splendido esempio di cosciente e completo abbandono a qualcosa di superiore a noi, che vuole però renderci
del tutto uguali a lui, è quanto si auspica ogni medico che vuol curare la persona unitamente all’organo o alla
funzione perturbata, nell’ambito di un ritrovato e rinnovato rapporto medico-paziente dove, proprio come un buon
padre, un medico colto e coscienzioso tornerà ad usare con sapienza tutti gli strumenti del guarire, comprese le
armi, decisamente umane, della condivisione e della vicinanza, dell’esortazione e della giusta ricompensa.
Come dunque nel Padre Nostro il completo affidamento ad una entità spirituale che ci trascende è solo il mezzo
per pervenire ad una nuova e più benefica esistenza, accessibile ad ogni essere umano, così questo rinnovato
rapporto medico-paziente permetterà di ritrovare, accanto alla salute fisica, quell’armonia di cuore e mente
indispensabili a mantenere nel tempo il benessere di tutto l’organismo.
Preghiera, terapia e guarigione ritroveranno in tal modo il loro naturale decorso, e la persona tornerà così
a riassaporare quell’armonia di sensi e sentimenti che aveva perduto, in quanto non più, o non ancora, essere
trascendente, cioè naturalmente capace di amare in maniera illimitata e incondizionata.
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