| raggiungerlo e custodirlo nel cuore, per non sentirne più la sofferenza del distacco
(di F. Candeloro - medico omeopata)
Come vincere il continuo saliscendi dei sentimenti dell'uomo, che ne frenano il suo benefico divenire
Ognuno di noi, nella propria esistenza, ricerca a tratti, con tutte le sue forze, di procurarsi periodi più o meno
prolungati di gioia e contentezza, ma spesso finisce per imbattersi in un continuo sali e scendi di stati d'animo,
che alla fine gli fanno preferire l' apparente tranquillità di una vita senza particolari pretese.
E in effetti molto spesso la rinuncia a vivere pienamente è proprio ciò che origina dal desiderio di non soggiacere
più a questi continui sbalzi d'umore, alcuni dei quali caratterizzati anche da fasi di profondo malcontento,
abbattimento e afflizione, fino a stati crepuscolari, o francamente depressivi, che fortunatamente, nella maggior
parte dei casi, son destinati a limitarsi nel tempo.
Saremmo dunque disposti a ricercare la gioia, la felicità, e la gaiezza, solo se, ad un certo punto della nostra
esistenza, qualcuno ci garantisse che questi stati possono effettivamente diventare permanenti, senza mai
quell'alternarsi di fasi in cui spesso predominano, invece, sentimenti opposti. E così comincia a farsi strada
quell'atteggiamento rinunciatario, spesso condito di diffidenza e sfiducia nell'altro e nella vita stessa, che
ci conduce ad essere sempre attendisti, poco inclini a provare nuove strade e nuove esperienze, o, peggio ancora,
determinati ad abbandonarle subito, se solo in esse fa capolino quest' alternanza di fasi.
L'attesa dunque di una felicità duratura, ci conduce nel tempo ad interromperne ogni ricerca, in una sorta
di permanente disillusione, questa sì, per la vita e le sue promesse, che ci spinge così ad affrontarla in
maniera quasi esclusivamente razionale, permeata a tratti da quel pessimismo che, col tempo, le toglie anche
ogni residua possibilità del divenire.
E così, paralizzati prima nel cuore e, a poco a poco, anche nei gesti e nei sensi tutti, abbandoniamo presto
un'esistenza da protagonisti a favore di una da eterni spettatori, in cui nel tempo rammarico e dispiacere
per ciò che poteva essere, e non è stato, accompagneranno ogni istante della nostra vita in cui la semplice
contemplazione di ciò che ci circonda, ci apparirà il riverbero e la proiezione di desideri rimasti inespressi.
A nulla in tutto questo varranno le esortazioni a vivere la vita, con tutte le sue contraddizioni, le possibili
sofferenze, ma anche le gioie del meno atteso, di cui il creato è ricolmo per opera di quanti hanno continuato
a leggere nel proprio cuore, e vi hanno scorto, sul fondo, quei sogni rimasti intatti, dando loro musicalità,
poesia, lirica e narrativa, o trasferendoli in immagini incantevoli dell'arte figurativa.
Da ogni parte sollecitato, l'essere umano, deluso e stizzito nelle sue aspettative di gioia e di felicità
imperiture, rifiuta così, sempre più ostinatamente, di aprirsi alla possibilità di percorrere le vie del sogno,
e si rifugia così nell'ordinario molto comune, lasciando appassire giorno per giorno le sue speranze per una
vita piena e totalmente gratificante. Al più si dedica a ricercare ricchezze materiali, peraltro mai sufficienti
ad appagarlo pienamente, nel tentativo, più o meno consapevole, di sostituire al vuoto esistenziale che lo
attanaglia, una pienezza fatta di oggetti di valore e di effimera magnificenza, che all'ebbrezza di pochi
istanti sostituirà ben presto il disincanto di tutta una vita.
In questo quadro non certo esaltante, l'uomo di ogni epoca si trova a dover fare delle scelte, e in modo
particolare il giovane di ogni epoca, che sente da un lato lo slancio verso la vita e le sue promesse, e
dall'altro, però, il possibile fallimento dei suoi tentativi per realizzarle, specialmente quando le generazioni
che lo precedono fanno dello scontento il loro modo quotidiano di esprimere quel disagio esistenziale di cui,
in realtà, sono spesso vittime inconsapevoli.
La prima tentazione, allora, in questa prospettiva, è di gettarsi a capofitto nel godimento senza freni,
cercando di ottenere dall'esistenza tutto quello che possa farci stare sempre bene, senza mai soffermarsi
a pensare se la felicità di un attimo non possa essere l'altra faccia dello scontento futuro, laddove
improntata al solo soddisfacimento immediato delle proprie pur lecite aspirazioni.
Certo l'errore è spesso necessario, e proprio per questo va tollerato, almeno inizialmente, e così anche
le scelte dei più giovani a volte assecondate, ma sempre con la dovuta cautela di chi si sente comunque un
perenne neofita dell'esistenza, e al tempo stesso mantiene intatta quella curiosità infantile di chi non si
ferma alla prima esperienza piacevole, ma prosegue nella sua giocosa ricerca, giungendo solo così ad affinare,
giorno per giorno, i sensi, che lo porteranno a saper godere, anche a distanza di tempo e di spazio, di sapori,
odori, immagini e sensazioni, che solo allora potranno riempire a lungo, e beneficamente, il nostro essere.
La domanda a questo punto che ci si pone è questa: è lecito perseguire quella gioia sempiterna che contiene la
gaiezza, la letizia, la magia e l'incanto della vita, oppure è meglio rifugiarsi in un mondo ordinario che ha
molti partecipanti ma nessuno o pochi protagonisti, e così rimanere seduti a contemplare l'esistenza, quale in
effetti dovrebbe essere, nel semplice riverbero di attimi di felicità altrui, che puntualmente faranno riemergere
in noi il rammarico di una vita troppo presto abbandonata rispetto al suo pieno compimento?
E ancora: è umano allora pensare che i continui saliscendi della vita possano incoraggiare la persona a sedersi
e aspettare che il suo destino si compia, come se nessuna azione spettasse a lui per favorire tutto questo?
La battaglia della vita, l'eterno conflitto tra l'essere e il divenire, tra l'avere per il possesso e l'avere per
continuare a sperare e ad agire, si compie sul terreno dei nostri dubbi, delle nostre incertezze e soprattutto
della paura di sembrare diversi, di inoltrarci per percorsi bui solo all'inizio, e dove pochi esseri come noi
sembrano essersi incamminati prima.
Eppure una voce forte ci richiama, costantemente, alla vita, ci dice di non temere, di non aver paura di cadere
e rialzarsi, di riprendere sempre e comunque quel cammino che a noi stessi vuole ricondurci, nella piena
consapevolezza di un destino, che da sempre ci vuole protagonisti e immortali. Forse nessuno di noi può dire
con certezza se esista o meno una felicità duratura e a tratti quasi imperturbabile, ma è certo che il cammino
che ci invita a non lasciarsi scoraggiare dai continui alti e bassi della vita, contiene in sé una promessa di
gioia che, anche se per pochi attimi, saprà a tal punto emozionarci, da farcela di nuovo desiderare ogni volta
che la sua immagine si disperderà nella polvere dell'inquietudine umana, che mette così rapidamente in fuga i
nostri sogni e le nostre più autentiche aspirazioni.
Abbandonarsi a questa promessa di gioia è dunque lasciarsi vincere a tratti dal grigiore di un'esistenza senza
cuore, per poi nuovamente sentire, più forte, il richiamo a quella vita per la quale siamo stati creati,
immagine, così, sempre meno sfocata di un'esistenza incantevole, in cui cuore, mente e anima saranno per sempre
orientati a quel sogno, che solo così potrà finalmente divenire realtà.
Tornare a vivere, dunque, con nel cuore questo imperituro sogno di tenerezza e purezza celestiale, è il solo
modo per anestetizzare il continuo saliscendi della vita umana, incarcerata dai lacci delle convenzioni
sociali, ma finalmente libera di innalzarsi lì dove tutto il nostro essere ritrova senso e incorruttibile sostanza.
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